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  Letteratura  Il personaggio moderno nell’opera pirandelliana
LetteraturaSenza categoriaStoria

Il personaggio moderno nell’opera pirandelliana

RedazioneRedazione—22/05/20120
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Di Ester Lucchese

Approdare al pensiero pirandelliano, sempre attuale, e alla sua originale  e  composita opera letteraria e drammaturga, vuol dire poter constatare che il sentimento che caratterizzava quegli anni della nostra storia( i primi del ‘900.) è stato un substrato incisivo  nella formazione culturale della generazione successiva (fine XX ed inizio XXI sec.) Come non riconoscersi nel sentimento del contrario grazie al quale riusciamo ad intravedere, oltre le apparenze, un barlume di verità in quel fluire della vita in un istante? La capacità di precorrere i tempi attraverso una raffinata sensibilità,  grazie alla quale si creano nuovi contenuti ed espedienti stilistici, ha reso grandi  nel tempo tanti artisti, scrittori, letterati e filosofi. Lo scrittore siciliano Luigi Pirandello visse nel periodo post unitario, nel momento in cui nel sud Italia avvenivano le rivolte contro il governo borbonico. Erano gli anni in cui si affermò la letteratura verista con  Capuana e Verga. La frequentazione con l’ambiente accademico romano e successivamente tedesco gli permise di conoscere la letteratura romantica d’oltralpe. In questo fervore culturale compose il primo romanzo Il fu Mattia Pascal in cui è incentrato il tragico destino del protagonista in sintonia con la nuova poetica dell’umorismo. Mattia  attraverso il “sentimento del contrario” riesce a  superare l’illusione iniziale di poter iniziare una nuova vita più libera senza vincoli sociali. In realtà il nuovo stato, simboleggiato dalla “ valigia vuota”, per averlo spogliato di ogni forma, lo porterà a “guardare vivere” senza più la certezza della propria identità.  Siamo al capitolo XVIII il protagonista ritorna dalla moglie che nel frattempo si è risposata con un suo amico. In quella livida luce dell’alba, sentii stringermi la gola da un nodo di pianto inatteso, e guardai Pomino( l’amico) odiosamente. Ma il caffè mi fumava sotto il naso, inebriandomi del suo aroma e cominciai a sorbirlo lentamente. Domandai quindi a Pomino il permesso di lasciare a casa sua la valigia, fino a tanto che non avessi trovato un alloggio: avrei poi mandato qualcuno a ritirarla.
– Ma sì! ma sì! – mi rispose egli, premuroso. – Anzi non te ne curare: penserò io a fartela portare…
– Oh, – dissi, – tanto è vuota, sai?… A proposito, Romilda(la moglie): avresti ancora, per caso, qualcosa di mio… abiti, biancheria?
– No, nulla… – mi rispose, dolente, aprendo le mani. – Capirai… dopo la disgrazia…
– Chi poteva immaginarselo? – esclamò Pomino.
Ma giurerei ch’egli, l’avaro Pomino, aveva al collo un mio antico fazzoletto di seta.
– Basta. Addio, eh! Buona fortuna! – diss’io, salutando, con gli occhi fermi su Romilda, che non volle guardarmi. Ma la mano le tremò, nel ricambiarmi il saluto. – Addio! Addio!
Il protagonista del romanzo postumo, invece, Uno, nessuno e centomila, arrivando alla constatazione che ognuno è prigioniero delle forme o maschere, con le quali si propone al mondo e a se stesso, cerca di liberarsi di esse, demolendole, col risultato però di essere considerato pazzo da tutti. La nuova condizione procurerà a Vitangelo felicità, proprio per il fatto di non essere ancorata ad un’ individualità definita, ma è protesa alla molteplicità della natura. Quanto segue è il monologo del protagonista, libro II, cap. 11, che sta sostenendo  il fatto  che la forma con la quale ci proponiamo agli altri, non è quella che ci danno gli altri, vivendo con noi: Tanto vero che io non mi riconosco nella forma che mi date voi, né voi in quella che vi do io; e la stessa cosa non è uguale per tutti e anche per ciascuno di noi può di continuo cangiare, e difatti cangia di continuo Eppure, non c’è altra realtà fuori di questa, se non cioè nella forma momentanea che riusciamo a dare a noi stessi, agli altri, alle cose. La realtà che ho io per voi è nella forma che voi mi date; ma è realtà per voi e non per me; la realtà che voi avete per me è nella forma che io vi do; ma è realtà per me e non per voi; e per me stesso io non ho altra realtà se non nella forma che riesco a darmi. E come? Ma costruendomi, appunto.

Ah, voi credete che si costruiscano soltanto le case? Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto. E la costruzione dura finché non si sgretoli il materiale dei nostri sentimenti e finché duri il cemento della nostra volontà.

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L’opera invece nel suo farsi è la commedia che riscosse a livello internazionale un considerevole successo, Sei personaggi in cerca d’autore. Il teatro nel teatro come osò definirsi quella strategia che metteva in scena uno spettacolo sul palcoscenico,  considera i  personaggi  senza una propria identità, rivolti al passato,un tempo già fissato stagnante su se stesso, non proteso all’avvenire, in cerca di un autore. Quest’opera vuole svelare una verità, ossia l’inadeguatezza dei canoni precedenti della drammaturgia. Il Padre, uno dei sei personaggi(quasi in sordina, con melliflua umiltà), dichiara al Capocomico:  Soltanto per sapere, signore, se veramente lei com’è adesso, si vede… come vede per esempio, a distanza di tempo, quel che lei era una volta, con tutte le illusioni che allora si faceva; con tutte le cose, dentro e intorno a lei, come allora le parevano – ed erano, erano realmente per lei! – Ebbene, signore: ripensando a quelle illusioni che adesso lei non si fa più, a

tutte quelle cose che ora non le “sembrano” più come per lei “erano” un tempo; non si sente mancare, non dico queste tavole di palcoscenico, ma il terreno, il terreno sotto i piedi, argomentando che ugualmente “questo” come lei ora si sente, tutta la sua realtà d’oggi così com’è, è destinata a parerle illusione domani? Nella commedia l’Enrico IV il personaggio moderno, attraverso la particolarità della trama, si difende da una  società che ritiene di doverlo necessariamente curare, ma che in realtà non fa altro che escluderlo. Colui che aveva interpretato la parte di EnricoIV e dopo l’incidente era vissuto nella convinzione di essere realmente l’antico sovrano tedesco, recupera dopo 12 anni la ragione, ma dovrà fare i conti con una realtà mutata. Nel furore tragico di quella nuova consapevolezza, il personaggio moderno nella totale solitudine, riconosce che per lungo tempo non ha vissuto la propria vita ma ha recitato la vita di un altro.

Enrico IV– Dove, al circolo? In marsina e cravatta bianca? O a casa, tutti e due insieme, della

Marchesa? Belcredi- Ma dove vuoi! Vorresti rimanere qua ancora, scusa, a perpetuare – solo – quello che fu lo scherzo disgraziato d’un giorno di carnevale? E’ veramente incredibile, incredibile come tu l’abbia potuto fare, liberato dalla disgrazia che t’era capitata! Enrico IV– Già. Ma vedi? E’ che, cadendo da cavallo e battendo la testa, fui pazzo per davvero, io, non so per quanto tempo… Dottore- Ah, ecco, ecco! E durò a lungo? Enrico IV– (rapidissimo, al dottore). Sì, dottore, a lungo: circa dodici anni. E subito, tornando a parlare al Belcredi: E non vedere più nulla, caro, di tutto ciò che dopo quel giorno di carnevale avvenne, per voi e non per me; le cose, come si mutarono; gli amici, come mi tradirono; il posto preso da altri, per esempio… che so! Ma supponi nel cuore della donna che tu amavi; e chi era morto; e chi era scomparso… tutto questo, sai? non è stata mica una burla per me, come a te pare! Belcredi -Ma no, io non dico questo, scusa! Io dico dopo!

Enrico IV– Ah sì? Dopo? Un giorno… Si arresta e si volge al dottore. Caso interessantissimo, dottore! Studiatemi, studiatemi bene! Vibra tutto, parlando: Da sè, chi sa come, un giorno, il guasto qua… si tocca la fronte che so… si sanò. Riapro gli occhi a poco a poco, e non so in prima se sia sonno o veglia, ma sì, sono sveglio; tocco questa cosa e quella: torno a vedere chiaramente…Ah! – come lui dice – accenna a Belcredi via, via allora, quest’abito da mascherato! questo incubo! Apriamo le finestre: respiriamo la vita! Via, via, corriamo fuori! La decisione estrema del protagonista lo porterà a non affrontare la nuova situazione e quindi lo spingerà ad essere Enrico IV, e quindi ad essere ancora pazzo. Siamo al III atto della commedia.  Si ricostruisce la scena che dodici anni prima Matilda ed Enrico IV avevano interpretato insieme, questa volta i protagonisti sono:Frida nel fulgore della sua giovinezza( la figlia della marchesa Matilda e del rivale Belcredi) ed il giovane di Nolli. La giovane chiama Enrico IV mentre sta per entrare nella sala, ma ciò provoca in lui un profondo turbamento: A Frida: E ti sei spaventata davvero tu, bambina, dello scherzo che ti avevano persuaso a fare, senza intendere che per me non poteva essere lo scherzo che loro credevano; ma questo terribile prodigio: il sogno che si fa vivo in te, più che mai! Eri lì un’immagine; ti hann o fatta persona viva – sei mia! sei mia! mia! di diritto mia! La cinge con le braccia, ridendo come un pazzo, mentre tutti gridano atterriti; ma come accorrono per strappargli Frida dalle braccia, si fa terribile, e grida ai suoi quattro giovani: Tratteneteli! Tratteneteli! Vi ordino di trattenerli! I quattro giovani, nello stordimento, quasi affascinati, si provano a trattenere automaticamente il Di Nolli, il dottore, il Belcredi. Belcredi (si libera subito e si avventa su Enrico IV). Lasciala! Lasciala! Tu non sei pazzo! Enrico IV (fulmineamente, cavando la spada dal fianco di Landolfo che gli sta presso). Non sono pazzo? Eccoti! E lo ferisce al ventre. E’ un urlo d’orrore. Tutti accorrono a sorreggere il Belcredi, esclamando in tumulto Di Nolli T’ha ferito? Bertoldo L’ha ferito! L’ha ferito! Dottore Lo dicevo io! Frida Oh Dio! Di Nolli Frida, qua! D. Matilde E’ pazzo! E’ pazzo! Di Nolli Tenetelo! Belcredi (mentre lo trasportano di là, per l’uscio a sinistra protesta ferocemente): No! Non sei pazzo! Non è pazzo! Non è pazzo! Escono per l’uscio a sinistra, gridando, e seguitano di là a gridare finché sugli altri gridi se ne sente uno più acuto di Donna Matilde, a cui segue un silenzio. Enrico IV (rimasto sulla scena tra Landolfo, Arialdo e Ordulfo, con gli occhi sbarrati, esterrefatto dalla vita della sua stessa finzione che in un momento lo ha forzato al delitto). Ora sì… per forza… li chiama attorno a sè, come a ripararsi, qua insieme, qua insieme… e per sempre!

NOTE
– Luigi Pirandello: Il fu Mattia Pascal (romanzo)
–          //                      Uno ,nessuno e centomila (romanzo)
–          //                      Sei personaggi in cerca d’autore (commedia)
–          //                      Enrico IV (commedia)
– Problemi e testimonianze della civiltà letteraria italiana, vol. 6 (il Decadentismo e la  letteratura contemporanea Marti / Varanini Le Monnier
–  Leggere, come io l’intendo vol. 5 (Dal Naturalismo al primo Novecento) E. Raimondi B. Mondadori
– La letteratura italiana, 16 vol. (il novecento) G. Macchia Corriere della sera


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Redazione

Armonia è un etimo stupendo! Il creatore delle parole non poteva inventare altro termine per esprimere il concerto di bellezza che insiste in esso. Armonia in un insieme di note, di strumenti, armonia di una comunità di persone… E’ davvero difficile che nella società in cui viviamo, di questi tempi, regni armonia, poiché sembra che il bisogno ancestrale più intimo e infimo di ogni persona sia quello di ferie e imbrogliare il proprio simile, invece di privilegiare il rapporto ed il dialogo,per l’ appunto, in una società che è contrapposta per idee ed interessi di casta, credi religiosi e politici. Armonia sta operando affinchè il confronto di idee nella piccola comunità di San Giorgio, possa tradursi in arricchimento culturale dei lettori e di chiunque vorrà avvicinarvisi. Anche la presenza di una modestissima ma appassionata (perchè è soltanto passione che muove la redazione) realtà editoriale contribuisce a formare “bene comune”. E il bene comune sarà l’unica lucida follia che la redazione vorrà contribuire a perseguire.

L’album delle figurine di sport, San Giorgio Ionico
Giovanni e Paolo
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