Di Enzo Carrozzini
Contrada Pozzo Faceto (Ostuni) – Si è tenuto il 20 giugno il debutto fotografico di Cinzia Torro e Nicola Abbrescia, un meraviglioso incrocio poetico che ha preso vita nel cuore della piana degli ulivi monumentali di Ostuni. Organizzatoda minimodue collettivo creativo, nello spazio creativo e in colloborazione con la textile e interior designer Laura Pogliani, ha fatto da cornice a un vero e proprio “dialogo degli opposti”, un percorso espositivo capace di mettere a confronto il mare e la pietra, la fluidità dell’orizzonte e il rigore delle geometrie urbane, inteso a dimostrare quanto l’arte fotografica possa cristallizzare la sospensione del tempo.
L’Umanità Sospesa e il Respiro Liquido
Le opere di Cinzia Torro hanno condotto lo spettatore in uno spazio mentale di assoluta meditazione. La sua produzione vive di una dualità affascinante: da un lato, l’energia e la fisicità del bianco e nero catturano i corpi tesi dei tuffatori sul lungomare, colti in frammenti di assoluta libertà un secondo prima di toccare l’acqua; dall’altro, emerge la sua capacità di cogliere la dimensione onirica dei colori pastello della natura, che dilatano il tempo fondendo il cielo e il mare in visioni sature di azzurro e oro dove i soggetti sembrano galleggiare in una dimension di pace.
La Pietra, il Colore e gli Occhi dell’Architettura
Il lavoro di Nicola Abbrescia ha riportato lo sguardo a terra, privando la materia – calce, intonaco e pareti – di ogni pesantezza per trasformarla in astrazione grafica. Abbrescia isola dettagli urbani insoliti: scale rosa su muri viola, ombre taglienti che sezionano pareti azzurre e portoni blu incastonati nel bianco. La luce scolpisce geometrie precise e le finestre diventano veri e propri “occhi” spalancati sul mondo, capaci di trasformare le facciate delle città in volti parlanti che evocano la presenza umana anche nella sua totale assenza fisica.
La sintesi visiva: il quadrato e il cerchio
L’incontro tra i due autori si è sviluppato come una dinamica filosofica. Se l’obiettivo di Abbrescia si muove nel “quadrato” della razionalità urbana e della linea retta, il respiro liquido della Torro rappresenta il “cerchio” dell’astrazione e dell’infinito. Due geometrie apparentemente antitetiche che, affiancate nel percorso espositivo, si sono completate trovando una perfetta armonia, dimostrando come la fotografia sia ancora capace, per citare Henri Cartier-Bresson, di mettere sulla stessa linea di mira la testa, l’occhio e il cuore.
L’eredità dei maestri e l’eco di Salgado
In definitiva, l’esposizione ha dimostrato come ogni fotografo si nutra della bellezza codificata da altri per reinterpretarla secondo la propria personale sensibilità. Se l’allineamento geometrico e l’istante decisivo richiamano Cartier-Bresson, la forza poetica ed evocativa dei contrasti in mostra guarda idealmente a un altro gigante della fotografia mondiale: Sebastião Salgado.
Proprio come nelle celebri opere del maestro brasiliano, dove il bianco e nero e lo studio antropologico della materia non sono mai pura estetica ma strumenti per svelare l’anima profonda dell’uomo e del suo territorio, così la pietra di Abbrescia e l’acqua della Torro hanno smesso di essere semplici elementi naturali. Sono diventati narrazione umanista, testimonianza visiva e universale di una Puglia inedita, colta in tutta la sua fiera e silenziosa dignità.

